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Oggi il 20% delle persone sulla Terra non ha accesso all’ acqua potabile, il 40% soffre di carenza idrica. Secondo alcune stime, nel 2050 nel peggiore dei casi 7 miliardi di persone soffriranno di mancanza d’acqua, nel migliore saranno 2 miliardi.
L’acqua è limitata e può esaurirsi se usata in maniera non sostenibile. L’acqua non è un’invenzione umana. Non può essere confinata e non ha confini. E’ per natura un bene comune. Non può essere posseduta come proprietà privata e venduta come merce.
Da queste considerazioni si comprende la necessità, non più rimandabile, di riconsiderare i criteri su cui si fonda l’attuale sfruttamento delle acque, su scala globale e locale, dal singolo cittadino alla società nel suo complesso.
1. L’acqua e l’uomo: storia di un rapporto inscindibile
2. L’acqua nell’era industriale avanzata
3. L’acqua nel terzo millennio: un bene da curare
La crescente intensità ed imprevedibilità del sistema climatico implica gravi conseguenze, sia nei paesi industrializzati sia nei cosiddetti paesi in via di sviluppo.
Si registra un aumento delle vittime di malattie endemiche tropicali come la malaria, la quale si manifesta ad altitudini sino a pochi anni fa ritenute sicure e pertanto sedi di grandi insediamenti umani. Il numero di profughi ambientali, per lo più provenienti dalle aree più povere del pianeta è anch’esso in continuo aumento e supera quello dei profughi di guerra.
I cittadini del nord industrializzato sono chiamati ad una maggiore consapevolezza delle ricadute climatiche dei loro stili di vita, nei trasporti, nelle scelte di consumo alimentare e non, e nella gestione dell’energia nelle proprie abitazioni.
Si tratta dunque di favorire un recupero della capacità di produrre e condividere materia ed energia su scala locale, ed informazione e conoscenza su scala globale.
Un nuovo modo d’essere cittadini.
Come nel caso dell’acqua e del cibo, la costante crescita della domanda di energia produttiva mondiale non corrisponde di per sè ad una pur auspicabile maggiore equità nella sua distribuzione. L’aumento della produzione energetica globale sostiene ad oggi prevalentemente l’incremento dei consumi, e dunque il modello della crescita economica.
L’attuale civiltà fossile è scossa alla radice per due ragioni, l’una speculare all’altra: il cambiamento climatico ed il progressivo assottigliamento delle riserve. La necessaria e quantomai urgente transizione verso nuove fonti energetiche è un’occasione senza precedenti per ridiscutere i principi fondanti del modello attuale di produzione, distribuzione e consumo dell’energia.
Ci troviamo sempre più spesso, sia a livello locale sia a livello globale, a dover decidere in situazioni sempre più complesse, incerte ed urgenti, su questioni etiche e politiche che toccano i temi più svariati, accomunati nello scenario della sostenibilità: dall’integrazione sociale, alla crisi energetica, economica e climatica, alla sicurezza alimentare.
I dati che in questi anni sono stati analizzati sono in verità molto preoccupanti: si parla di milioni di ettari all’anno di terreni coltivabili sottratti dall’estendersi dei deserti, milioni di ettari all’anno di foreste abbattute, una differenza in negativo quantificabile in miliardi di tonnellate fra l’erosione ed ossidazione dei suoli e la loro rigenerazione, un aumento considerevole della percentuale di CO2atmosferica dovuto all’industrializzazione, oltre ai sempre più frequenti problemi di mancanza di acqua potabile a livello mondiale, di diminuzione dell’ozono atmosferico ed altri problemi ben noti.
Tutti questi trend di crescita e riduzione sono ovviamente il risultato del sovra-sfruttamento delle risorse naturali, e della conseguente eccessiva produzione di scarti da parte dell’uomo.
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Come nel caso di altre risorse fondamentali quali acqua ed energia, anche il problema della denutrizione e malnutrizione globale non è dovuto ad un’effettiva scarsità di risorse alimentari, ma ad una loro iniqua distribuzione e ad un degrado della loro qualità.
L’impennata dei prezzi dei beni agricoli di sussistenza avvenuta nel 2008 e la crisi economico-finanziaria che stiamo attraversando hanno determinato un ulteriore inasprimento del problema. Oggi, i tre quarti della popolazione mondiale rischiano la fame non a causa della carestia ma del carovita. La crisi alimentare è strutturale e non congiunturale.
I governi e le parti in causa devono ripensare il sistema alimentare attuale, che non è sostenibile nè a livello sociale nè a livello ambientale. Il sistema attuale ha portato alla diffusione della fame, della malnutrizione e dell’obesità. Sta depauperando le risorse naturali ed accelerando il cambiamento climatico.
Abbiamo il dovere di rivedere le nostre scelte passate.
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